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Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro? -H.Lee-

giovedì 25 luglio 2013

Intervista a Giuseppe Marotta autore del libro "E i bambini osservano muti"

Salve a tutti,  lettori e lettrici e benvenuti. Grazie alla collaborazione con il gruppo Il libro del Martedì ho il piacere e l'onore di presentarvi Giuseppe Marotta autore del libro "E i bambini osservano muti" di cui vi ho parlato QUI. Inoltre vi ricordo che Martedì 10 Settembre alle ore 21:00 sarà nostro ospite in hangout, un appuntamento da non perdere!!


Dunque diamo un caloroso benvenuto a Giuseppe Marotta!

Ciao a Voi e grazie per l’ospitalità


Com’è nata l’idea di scrivere un libro sulla mafia?
 Perché ho scritto: “E i bambini osservano muti”?
Innanzitutto perché volevo sfatare un luogo comune, ossia dimostrare che non è sempre vero che i bambini che nascono in famiglie di camorristi inevitabilmente diverranno dei camorristi a loro volta.
 Volevo scrivere la storia di un bambino che riscattasse quindi la sfortuna di essere nato in un quartiere malfamato e in una famiglia di criminali, come quella di Remì appunto.
Volevo che Remì, il protagonista del romanzo, avesse la possibilità di ribellarsi al proprio destino già segnato; volevo che fosse il simbolo di riscatto per tutti i bambini figli di camorristi che, in quanto tali, sembrano assuefatti al clima di violenza che gravita intorno a loro e sembrano rassegnati a vivere una vita decisa da altri, ossia dai loro padri o dai loro nonni: boss insensibili e spietati.
Sul mio blog ho raccontato dettagliatamente come è nato il romanzo e perché ho scritto: "e i bambini osservano muti". Ho spiegato quali sono stati i libri e i film che mi hanno ispirato. Come si leggerà, ho cercato di imboccare un percorso narrativo diverso dai libri e dai film che mi hanno ispirato per provare a riavvolgere il nastro del destino dei bambini che nascono in “certi quartieri napoletani”.
 In molti romanzi e in molti film che trattano del rapporto mafia-bambini non si racconta quasi mai un riscatto, spesso si raccontano sconfitte, morti premature di giovani camorristi, si raccontano violenze fine a se stesse: io ho voluto invece raccontare una storia di rinascita che può esserci se riemerge l’amore. Sembra banale ma la possibilità di cambiamento, di ricostruzione, di ravvedimento si concretizza sempre e solo quando si rispolvera l’amore. Quando ho finito di scrivere il romanzo mi sono accorto infatti che avevo scritto un romanzo d’amore: amore materno e amore filiale che, alla fine della storia, si riannodano come due lembi di lenzuola, quelle che usavano i prigionieri di una volta per evadere dalle carceri.


Quanta realtà c’è in questo romanzo?
 E’ reale lo scenario in cui si svolge la storia. Sono reali le paure di Remì e sono purtroppo vere le persone che figurano negli elenchi delle vittime innocenti che ricordo nelle prime pagine del romanzo. Ce ne sono state tante di vittime innocenti. Una tra tutte, che potremmo prendere come simbolo, è Silvia Ruotolo, morta a 39 anni per errore sulla salita Arenella, al Vomero, mentre tornava dal supermercato: da una mano reggeva la busta della spesa e dall’altra suo figlio di cinque anni appena, mentre l’altra figlia più grande, 10 anni, aspettava sua madre sul balcone e da lì ha visto tutta la scena. Straziante.
Poi ci sono le vittime innocenti di pochi anni, come Simonetta Lamberti massacrata a dieci anni, o Nunzio Pandolfi e Valentina Terracciano colpiti a morte a due anni o Gioacchino Costanzo a diciotto mesi. Bambini morti per mano della camorra che quando decide di agire non si arresta neppure di fronte al candore dei neonati: Erode che continua a compiere la strage degli innocenti.
 E’ tratto dalla realtà un altro personaggio del romanzo: “Maddalena o’ boss”, il primo boss femminiello. A Napoli, alcuni anni fa, arrestarono un femminiello, Ketty, che era un vero e proprio boss di un quartiere in cui gestiva una notevole “piazza di spaccio”, mi ricordo che i giornali titolarono infatti: “Arrestato il primo boss femminiello”.  
 Posso dire che tutto nasce da uno sguardo attento sulla realtà napoletana, e certi atteggiamenti dei personaggi, certi modi di dire o di fare sono tutti tratti dalla quotidianità. Come ad esempio, il racconto dei cartelli stradali rubati: è accaduto per davvero.


La tematica trattata è davvero molto importante. La mafia è una delle più grandi e dolorose piaghe dei nostri giorni. Lei pensa che scrivere libri su questo argomento possa aiutare le persone?
Non saprei in che termini possa aiutarle: la mafia, intesa in senso lato, ha varie sfaccettature per cui spero che i libri su questo argomento possano aiutare a comprendere la complessità del fenomeno.  Se parliamo, ad esempio, di Camorra parliamo di un fenomeno più “colorito”, con le sue sfrontatezze, le sue prepotenze ostentate: “Io sono un camorrista e voglio che tu lo sappia.” 
L’esponente della ‘ndrangheta è più silenzioso, ama agire di nascosto. Non vuole rumore intorno a sé, ama il passo felpato del gatto che arriva in silenzio, agguanta il topo, e se ne va.
Di Cosa Nostra, invece, oggi non ne sentiamo quasi più parlare, e sembra che abbia smesso di “fare la guerra”; invece, come ha spiegato bene il regista Pasquale Scimeca, nell’ambito di Trame, il festival dei libri sulle mafie di Lamezia Terme, cui ho partecipato,  oggi Cosa Nostra è una organizzazione sempre più addentro ai meccanismi alti della finanza, della pubblica amministrazione, della grande industria, delle multinazionali. Cosa Nostra oggi si sta, per così dire, “civilizzando” sempre di più e sempre di più si insinua nella società come un camaleonte che cambia colore per mimetizzarsi, per non farsi riconoscere come entità criminale. Eppure c’è, esiste.
Scrivere libri su questo argomento aiuta quindi a mantenere viva la consapevolezza del fenomeno, a non abbassare la guardia. Questa è la speranza di chi scrive. Se poi questa speranza si trasformi in realtà non saprei, per quanto riguarda il mio romanzo sarei contento se almeno una mamma di una famiglia mafiosa lo leggesse e comprendesse quanto dolore si riversa sui propri figli accettando incondizionatamente le leggi e i codici delle famiglie criminali in cui vivono. E’ ingenuo pensare che ciò possa accadere, lo so. Ma non si può negare che si scriva con la presunzione che il proprio scritto possa contribuire, anche se nella misura minima, al cambiamento.


Senza rivelare nulla della storia: Remì, ad un certo punto del libro, compie un gesto troppo grande per la sua età; quanti Remì esistono realmente, se esistono? Come, secondo lei, evolverà la sua vita?
Ne esistono tanti, certamente. Tanti Remì che soffrono in silenzio, che vorrebbero opporsi a un destino già segnato e non sanno da dove cominciare. Quando avevo iniziato a scrivere il romanzo lessi sul giornale di un bambino di 13 anni di Villaricca, un paese a nord di Napoli, che si era impiccato lasciando una lettera colma di rancore nei confronti del padre, esponente dei Casalesi. Il bambino lo accusava di aver indotto l’altro figlio più grande ad entrare in un clan della camorra. Una sera il ragazzo rubò il motorino alla “persona sbagliata” e fu ucciso; da allora quel bambino, che era molto legato al fratello maggiore, non si era più ripreso dal dolore e colto da crisi depressive si impiccò. Ecco, lui sicuramente era un piccolo Remì che soffriva senza che nessuno lo aiutasse. Era un bambino che osservava muto. Remì è più fortunato: ha sua madre che non lo abbandonerà, quel bambino non aveva più nessuno disponibile ad ascoltare il suo dolore. E come lui credo proprio che ce ne siano tanti, a Napoli, come a Palermo o a Reggio Calabria o a Bari e in mille altri quartieri in cui le mafie dettano legge.
Come evolverà la vita di Remì? Se seguiamo il decorso naturale della storia immagino Remì tra qualche anno, non so, negli Stati Uniti con una moglie americana e dei figli. Un uomo un po’ triste, perché i fantasmi, gli spettri dell’infanzia non ti abbandonano mai del tutto. In ogni caso, sarà un uomo libero e spero qualche volta felice. 


Che tipo di lettore è Giuseppe Marotta? E qual è il libro che consiglia più di ogni altro?
Cerco di leggere un po’ di tutto: dai quotidiani ai settimanali, dai saggi ai classici, ai contemporanei sia italiani che stranieri. Come genere prediligo la narrativa.  E cerco di leggere almeno un libro di ogni autore per capire se può piacermi o meno in seguito. Qualche nome? Oriana Fallaci, Andrea De Carlo, Giorgio Montefoschi, Sergio Nazzaro, John Fante, Hanif Kureishi….
Consigliare dei libri è sempre un po’ difficile perché magari ci sono periodi in cui si prediligono certi scrittori che poi in altri periodi si detestano e poi ritengo che la lettura sia un attività, come dire, intima: potrei citare il libro che ho letto più volte e che temo abbia instillato in me sempre di più la passione per lo scrittura, anzi sono due: il primo è “Lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci e l’altro è “Nell’intimità” di Hanif Kureishi. Non so per quale motivo, ma è andata così.


Progetti futuri?
Ci sono: il cantiere è aperto e i lavori, seppure lentamente, procedono.  Vorrei parlare di questa crisi che ci stritola: spero di aver trovato la chiave giusta per raccontare uno dei suoi tanti aspetti. Non so, vedremo quando avrò finito.

Grazie per la disponibilità e a presto!

A presto e grazie!
               Giuseppe Marotta


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